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Per chi filano le tre vecchiette?

 

Dispettosetti, gli dei delle antiche favole. Una volta Giove offende Apollo, magari solo per cavarsi un capriccio. Apollo se la lega al dito e, appena può, gli rende pane per pizza, ammazzando un certo numero di ciclopi.

Dice: cosa c'entra il burro con la ferrovia e cosa c'entrano i ciclopi con Giove?

— C'entrano sì, perché sono i suoi fornitori di fulmini. Giove li tiene come la rosa al naso: non c'è nessun'altra ditta che produce fulmini col marchio della buona qualità come quelli. Quando gli vanno a dire che Apollo gli ha sabotato la produzione, Giove si arrabbia sul serio e gli manda un avviso di reato. Apollo si deve presentare per forza, perché Giove è il re degli dei.

— Così e così, — dice Giove. — Per punizione andrai in esilio sulla terra per sette anni, e per sette anni servirai come schiavo in casa di Admeto, re di Tessaglia.

Apollo fa la sua penitenza senza discutere. È un ragazzo in gamba, sa farsi voler bene; con Admeto ci va d'accordo e diventano amici. Dopo sette anni torna sull'Olimpo. Sulla strada di casa si sente salutare da certe vecchiette che stanno a filare sul balcone.

— Come vanno i reumatismi? — s'informa gentilmente.

— Non ci lamentiamo, — rispondono le tre vecchiette, che poi sono le tre Parche.

(Avete presente? Ma sì, quelle tre dee che governano il destino di ogni uomo dalla nascita alla morte. Per ogni uomo filano un filo e quando lo tagliano, zac, quell'uomo là può anche fare testamento).

— Vedo che siete avanti nel lavoro, — dice Apollo.

— Eh, già; questo filo l'abbiamo bello che finito. E lo sai di chi è?

— No.

— Ma è il filo del re Admeto. Ne ha ancora per due o tre giorni. “Accipicchia, — pensa Apollo. — Poveraccio! L'ho lasciato in buona salute ed ecco, già viaggia in riserva”.

— Sentite, — dice poi alle vecchiette. — Admeto è amico mio. Non potreste lasciarlo campare ancora qualche annetto?

— E come si fa? — ribattono le Parche. — Noi non si avrebbe niente contro di lui, è una bravissima persona. Ma quando tocca, tocca. La morte deve ricevere il suo tributo.

— Non è mica tanto vecchio, l'Admeto.

— Non è questione di età, tesoro. Ma tu gli sei proprio affezionato?

— Ve l'ho detto, è un amicone.

— Be', guarda, per stavolta si può fare così: il suo filo lo teniamo in sospeso e in aspettativa. Però a un patto: che qualcun altro accetti di morire al suo posto. Ti va?

— Altroché. E grazie tante.

— Figurati! Per farti piacere, questo e altro.


 

 

 


Apollo non passa neanche da casa per controllare la posta. Torna in terra di volata e acchiappa al volo Admeto, che stava uscendo per andare a teatro.

— Senti, Adme', — gli dice, — così e così, eccetera eccetera. Insomma, tu sei salvo per un pelo; però bisogna che ci sia un altro funerale. Troverai qualcuno che prenda il posto tuo nella cassa?



— Spero bene, — risponde Admeto, versandosi un bicchierino di roba forte per farsi passare lo spavento. — Sono o non sono il re? La mia vita è troppo importante per lo Stato. Mannaggia, però: mi hai fatto venire i sudori freddi.

— Che ci vuol fare? È la vita.

— No, no. È proprio il contrario...

— Allora, ciao.

— Ciao, Apollo, ciao. Non ho neanche il fiato per dirti grazie. Ti manderò una cassetta di quelle bottiglie che ti piacevano ai bei tempi.

“Mannaggia, — pensa di nuovo Admeto appena rimasto solo. — Tu guarda cosa mi capita. Meno male che ho delle conoscenze altolocate. Mannaggia!”

Manda a chiamare il suo servo più fidato, gli racconta come stanno le cose, gli batte la mano su una spalla e gli dice di prepararsi.

— A far che, Maestà?

— E me lo domandi? A morire, si capisce. Non mi negherai mica questo favore! Non sono sempre stato un buon padrone per te? Non ti ho sempre pagato gli straordinari, gli assegni familiari, la tredicesima?

— Certo, certo.

— Volevo ben dire. Dunque, dai, che non c'è tempo da perdere. Tu pensa a morire che io penso a tutto il resto: carro funebre di prima classe, tomba con lapide, pensione alla vedova, borsa di studio per l'orfanello... D'accordo?

— D'accordo, Maestà. Domattina sarà fatto.

— Perché domattina? Mai rimandare a domani quello che si può fare oggi.

— Debbo scrivere delle lettere, lasciare qualche disposizione, fare il bagno...

— Domattina, allora. Ma un po' prestino.

— All'alba, sire, all'alba.

Ma all'alba il servo fedele è già in alto mare, su una nave fenicia che fa rotta per la Sardegna. E non si può neanche far pubblicare la sua fotografia sui giornali, con sopra un bel “Chi l'ha visto?” perché i giornali non sono ancora stati inventati. E neppure le fotografie.

Per Admeto è un colpo al bersaglio grosso, che gli fa venir da piangere. Vatti a fidare dei vecchi servi fedeli nel momento del bisogno.

Admeto chiama una carrozza e si fa portare dai suoi genitori, che vivono in campagna, in un bel villino con il riscaldamento e tutto.

— Eh, — dice, — voi siete i soli che mi volete bene.

— Puoi dirlo forte.

— Siete i soli a cui io possa chiedere tutto, col cuore in mano.

— Vuoi un po' di quei bei ravanelli del nostro orto? — domandano i vecchi, prudentemente.

Quando sentono quello che vuole, si fanno venire il nervoso.

— Admetuccio, — dicono, — noi siamo quelli che ti abbiamo dato la vita e tu adesso, in cambio, vuoi la nostra. Bella gratitudine!

— Ma non vedete che avete già un piede nella fossa?

— Quando toccherà a noi, moriremo. Per adesso non ci tocca. Quando ci toccherà, noi non ti chiederemo di morire al posto nostro.

— Capisco, capisco. È proprio un gran bene che mi volete...

— Senti chi parla! Dopo che ti abbiamo lasciato anche il trono e la vigna.

Admeto, distrattamente, prende un ravanello dal piatto che sua madre gli ha messo davanti e se lo ficca in bocca. Poi lo sputa, salta sulla carrozza e torna alla reggia.

Uno dopo l'altro chiama i suoi ministri, generali, ammiragli, ciambellani, maggiordomi, avvocati, consulenti fiscali, astrologi, drammaturghi, teologi, musicisti, cuochi, allenatori di cani da caccia... E loro, uno dopo l'altro:

— Maestà, morirei più che volentieri per voi, ma ho tre vecchie zie. Che ne sarebbe di loro?

— Sire, anche subito, immediatamente se potessi; ma ho preso le ferie proprio ieri...

— Padrone, abbiate pazienza, debbo finire di scrivere le mie memorie...

— Vigliacchi! — grida Admeto, pestando i piedi. — Avete dunque tanto paura della morte? Vi farò tagliare la testa a tutti quanti. A me non servirà a niente, perché solo un volontario può salvarmi, ma almeno non creperò solo... Faremo una bella processione all'inferno.

Quelli cominciarono a piangere e a battere i denti. Admeto li ficca in cella di rigore dal primo all'ultimo, ordina al boia di affilare la scure e va da sua moglie a farsi fare una spremuta d'arancio, perché gli è venuta sete.

— Alcesti, cara, — le dice con un'aria da vittima, — ci dobbiamo salutare per l'ultima volta. Così e così, le Parche, eccetera. Apollo è un vero amico e via dicendo; tutti mi vogliono un gran bene, ma in conclusione nessuno ne vuol sapere di morire al mio posto.

— E solo per questo sei tanto disperato? A me non hai ancora chiesto nulla.

— A te?

— Ma certo! Morirò io al posto tuo. È così semplice.

— Tu sei matta, Alcesti! Non pensi al mio dolore. Non pensi come piangerei ai tuoi funerali?

— Piangerai, e dopo ti passerà.

— No che non mi passerà.

— Ma sì, ti passerà e vivrai ancora tanti anni felice e contento.

— Dici?

— Te l'assicuro.

— Allora... Quand'è così... Se proprio vuoi...

Si danno il bacio dell'addio, Alcesti va nella sua camera e muore. La reggia risuona di pianti e di strida. È Admeto quello che piange più forte di tutti. Comunque, fa rimettere in libertà i ministri, cuochi e compagnia; ordina di suonare le campane a morto e di esporre le bandiere a mezz'asta; chiama un'agenzia di pompe funebri e si mette d'accordo per i funerali. È lì che discute sulle maniglie della cassa, quando ecco un servo gli viene ad annunciare un ospite.

— Ercole, vecchio mio!

— Ciao, Admeto. Passavo di qui per andare a rubare le mele d'oro nel Giardino delle Esperidi e ho pensato di farti un salutino.

— E hai fatto benone! Guai a te se non ti facevi vivo.

— A proposito, — dice Ercole, — vedo che siete in lutto.

— Sì, — dice Admeto in fretta. — È morta una donna. Ma non c'è motivo che ti rattristi. L'ospite è sacro. Ti faccio preparare un bel bagno, poi ceneremo e parleremo dei bei vecchi tempi.

Il buon gigante va a fare il bagno. Ne ha proprio bisogno. Sempre in giro a compiere eroiche fatiche, ad ammazzare mostri, a pulire stalle, a fare ogni sorta di lavori pesanti e difficili, è tanto se vede una vasca da bagno una volta all'anno. Mentre si gratta la schiena con la spazzola, comincia a cantare la sua canzone preferita, quella che fa:

 

Ercole

per Ercole,

sei forte come un Ercole,

sei...

 

— Signore, — gli sussurra un cameriere, — non dovreste cantare, quando la nostra buona padrona è morta.

— Cosa? Chi è morto! ?

Insomma, Ercole viene a sapere tutto e si meraviglia assai che Admeto non gli abbia detto come stanno le cose. Povera Alcesti! E povero Admeto! Gli viene quasi da piangere, se ci pensa...

— Macché piangere, — dice poi, saltando fuori dalla vasca. — Questo è il momento di darsi da fare. Ehi, coso... Cameriere! Trovami la mia clava. Debbo averla lasciata giù nel portaombrelli.

Ercole acchiappa la clava, corre al cimitero e si nasconde presso la tomba destinata ad Alcesti. Quando vede venire la Morte, le salta addosso senza paura e comincia a legnarla con la clava. La Morte si difende a colpi di falce, ma, siccome è intelligente, ci mette poco a capire che Ercole è più forte di lei e batte in ritirata per non finire al tappeto.

Il gigante ci fa su una bella risata e torna alla reggia, cantando. Per la strada la gente lo guarda male, perché canta mentre il paese è in lutto. Ma lui sa quello che si fa.

— Admeto! Admeto! Ce l'ho fatta!

— Che c'è, Ercole?

— Ho fatto scappare la Comare Secca. Alcesti vivrà!

Admeto diventa bianco che più bianco non si può. Tutta la sua paura gli ricasca addosso a valanga. Sente dei passi. Si volta... È Alcesti viva, che gli viene incontro quasi con l'aria di chiedergli scusa...

— Ma non siete contenti? — domanda Ercole perplesso. — Dai, facciamo un po' di allegria.

Macché, pare che il funerale cominci adesso. Admeto si lascia cadere su una poltrona e trema che fa pena a guardarlo. Alcesti tiene gli occhi bassi.

— Ma, insomma, — dice Ercole, asciugandosi il sudore, — credevo di farvi un piacere e pare che vi ho fatto un dispetto. Al giorno d'oggi, con gli amici, non si sa più come comportarsi. Be', sentite, io vi saluto e sono... Scrivetemi ogni tanto.

Ercole se ne va imbronciato, agitando la clava. Admeto tende l'orecchio. Gli sembra di sentire un rumorino lontano lontano... Lassù, sul loro balcone, le tre vecchiette filano... filano... chi sa per chi...

 



Date: 2015-12-11; view: 1715


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