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Marco e Mirko contro la banda del talco

 

Marco e Mirko sono gemelli, ma è facile distinguerli tra loro, perché Marco porta il martello con il manico bianco e Mirko il martello col manico nero. Essi non si separano mai dai loro martelli: mai, piuttosto il sapone negli occhi.

I loro genitori sono il signor Augusto e la signora Emenda, anch'essi facilmente distinguibili, perché il signor Augusto è proprietario di un negozio di elettrodomestici e la signora Emenda, al contrario, è proprietaria di un negozio di abbigliamento per cani. La mattina, prima di uscire di casa, essi rivolgono ai figli affettuosi insegnamenti: — Marco e Mirko, vi raccomandiamo di non aprire la porta a nessuno, perché ci sono in giro quei terribili ladri di borotalco. — Sì, mamma, sì papà.

Naturalmente, appena i genitori sono scomparsi dall'orizzonte, i gemelli corrono ad aprire la porta, nella viva speranza di scoprire un ladro di borotalco in agguato sul pianerottolo. Delusione. Non c'è nessuno. Allora essi vanno sul balcone ad allenare i martelli, ai quali stanno insegnando a comportarsi come boomerang e tanti altri giochetti. I martelli volano in cielo e tornano. Scendono a picco sulla strada, fanno tre giri intorno al cappello di un passante e risalgono sul balcone fischiettando.

— Fischiettano, — osserva Marco, — non fanno ancora quel bel sibilo.

— Fischiando s'impara, — dice pazientemente Mirko. Improvvisamente nella facciata del villino di fronte si spalanca una finestra, una signora si affaccia senza togliersi le mani dai capelli, e un grido orribile esce dai suoi denti: — Aiuto! Aiuto! Mi hanno rubato il borotalco!

— E sette, — constata Marco, che tiene il conto dei furti nel quartiere.

— Soccorso! Pietà! — aggiunge la povera donna.

— La signora di ieri, — nota Mirko, — aveva i denti più bianchi.

Ma già un nuovo spettacolo fa appello allo spirito d'osservazione dei due gemelli: dal cancello del villino esce un uomo mascherato, con in mano i barattoli di borotalco:

— Ecco l'occasione che aspettavamo, Per l'appunto, — dice Mirko, — l'uomo ladro fa l'occasione.

I martelli scoccano. Stavolta, attraversando l'aria, essi producono un principio di ululato. L'uomo mascherato guarda in su, ma farebbe meglio a guardarsi i piedi, perché il martello dal manico bianco sta puntando sulla sua scarpa sinistra, mentre quello dal manico nero punta sulla sua scarpa destra. Egli potrebbe ora, volendo, allargare i piedi. Invece allarga le braccia, lascia cadere i barattoli e intanto, senza la minima coerenza, si mette a sua volta a gridare: — Aiuto! Pietà!

I martelli girano a velocità vertiginosa intorno ai suoi piedi e non gli permettono spostamento veruno.

— Basta! — implora l'uomo mascherato, — mi arrendo!

— Troppo poco, — dice Marco.


 


— Vogliamo prima una confessione completa, — precisa Mirko. — Chi è lei, perché ruba il borotalco, chi sono i suoi complici, chi è il suo capo, come si chiama e quanti anni ha la moglie del capo, eccetera.



— Io mi chiamo l'uomo mascherato. Rubo per conto terzi. È il noto pregiudicato Lemme Lemme che mi passa le ordinazioni. Non so altro. Passo.

— Indirizzo di Lemme Lemme?

— Corso Garibaldi 3567 e mezzo, interno due, bussare quattro volte, canticchiando la canzone che fa: “Ramona — senti la squilla che ti chiama...”

L'uomo mascherato è rilasciato sulla parola. I martelli risalgono sul balcone con un lieto sibilo e con la coscienza del dovere compiuto. Ma subito ridiscendono, per altra via, in tasca ai gemelli che si recano a far visita al noto pregiudicato Lemme Lemme.

Trovano l'indirizzo indicato. Bussano quattro volte. Nessuna risposta. Ribussano quattro volte.

— Non vale, — grida una voce di dentro. — Dovete cantare anche la canzone, altrimenti non apro. — Ah, sì, la canzone.

Marco e Mirko intonano l'Inno di Garibaldi, ma Lemme Lemme risponde sghignazzando: — Tutto sbagliato. Da capo.

Questa volta Marco e Mirko usano i martelli e la porta si apre.

— Ci dispiace, — dicono, — la canzone che fa “Ramona — senti la squilla che ti chiama” l'abbiamo dimenticata.

— Mi avete fracassato l'uscio, — protesta Lemme Lemme.

— Ci perdoni per questa volta e ci dica tutta la verità sulla banda del borotalco.

— Cos'è? Dovete fare una ricerca per la scuola? Lemme Lemme, senza saperlo, ha toccato il tasto più doloroso. Al suono della parola “scuola” i gemelli vacillano, i martelli si fanno piccoli piccoli per non essere catturati dalla maestra. Lemme Lemme ha segnato un punto, ma non se ne accorge: — Siete fuggiti di casa per arruolarvi nella Legione Straniera? Vi imbarcherete come mozzi su un mercantile in partenza da Brindisi per Patrasso?

— Se la sua ultima parola è Patrasso, — contrattaccano Marco e Mirko, approfittando della sua imprudenza, — lei è un uomo finito. Arrivano i nostri.

Lemme Lemme guarda verso la porta e sbaglia, perché i martelli gli provano i riflessi del ginocchio.

— Ahi! Ahio! Aguzzini! Che cosa volete da me? Io sono un semplice organizzatore. Ventisette uomini alle mie dipendenze rubano il borotalco e lo consegnano al mio magazzino. Ogni mattina un uomo calvo passa a ritirarlo con un camioncino verde e me lo paga a peso d'oro e d'argento. Fine della trasmissione.

— A che ora?

— Tra due minuti precisi. Nascondetevi. Vedrete ogni cosa.

I due minuti passano senza fretta, indifferenti. Arriva il camioncino verde guidato dall'uomo calvo. Lemme Lemme carica i sacchi del borotalco, tende la mano per ricevere la sua paga e l'uomo calvo ci sputa sopra ridacchiando: — Ah, ah, l'ultima fornitura si può pagare anche a questa maniera.

Fa per ripartire, ma non può perché il martello di Marco gli blocca la mano sinistra sul volante e il martello di Mirko gli blocca la mano destra sulla leva del cambio.

— Ma si colpisce così, a tradimento e senza preavviso? — piagnucola l'uomo calvo.

— Pagate questo onesto professionista, — intimano Marco e Mirko. Lemme Lemme riceve alcuni lingotti d'oro, si pulisce la mano nei calzoni e fugge nel Libano.

Marco e Mirko balzano sul camioncino.

— Andiamo, — ordinano.

— Subito, — dice l'uomo calvo, riprendendosi. — Andiamo al giardino zoologico: vi comprerò due pacchetti di noccioline da dare alle scimmie.

— Niente zoo, si va dal capo.

— Ah, no, — supplica l'uomo calvo. — Dal capo no! Piuttosto il caffellatte senza zucchero!

I martelli lo costringono a ripensarci e a mettere in moto. Mentre vanno, l'uomo calvo apre il suo cuore: — Il capo è il dottor Diabolus.

— Chi, il famoso scienziato diabolico?

— Un uomo terribile. Se non gli ubbidisco a puntino, con una semplice occhiata mi fa venire il mal di pancia. Sapete come mi ha costretto a diventare il suo assistente?

— No, non ce lo ha mai detto nessuno.

— Mandandomi in sogno mio nonno, che per tutta la notte mi prendeva a schiaffoni. Mi svegliavo con i lividi. E pensare che la mia professione preferita è quella di osservatore di platani.

— Come si fa?

— Si sceglie un platano, ci si mette su una sedia a sdraio e si osserva. Si fanno osservazioni interessantissime. A proposito, mi chiamo Secondo.

— Torniamo al borotalco. Che cosa se ne fa il dottor Diabolus?

— Gli serve per Anselmik, un robot dotato di supermente, fabbricato da Diabolus dopo anni di studi e così chiamato dal nome di suo zio Anselmo.

— E Anselmik che ci fa con il borotalco?

— Lo mangia. Ne mangia un quintale al giorno. Passa il tempo a mangiare borotalco e a pensare.

— A che cosa pensa, signor Secondo?

— Lo dice solo al dottor Diabolus. Quando parlano tra loro mi mandano fuori a spaccare la legna. Ma ecco, siamo sul posto. Vedete quel villino bianco a pallini blu?

Marco e Mirko guardano: sorpresa! È il villino in cui essi abitano, al secondo piano, con i loro genitori e i loro martelli.

— Il laboratorio è nello scantinato, — spiega la loro guida. — Diabolus esce soltanto travestito da commerciante di rubinetti.

— Il signor Giacinto! — pensano insieme Marco e Mirko, — quello che ogni tanto ci regala dei rubinetti vecchi per giocare. Ma guarda un po'.

Il signor Giacinto, vestito da scienziato diabolico, si arrabbia moltissimo con il signor Secondo quando vede i due gemelli. Anselmik, invece, vede solo il borotalco e si mette a ballare per la contentezza, gridando: — La pappa! La pappa! Viva la pappa!

Si lega il tovagliolo al collo e attacca il borotalco con il cucchiaio. Intanto il dottor Diabolus, con la sua occhiata diabolica, cerca di far venire il mal di pancia a Marco e Mirko per levarseli dai piedi. Ma non riesce a concentrarsi, perché i martelli girano ululando intorno alle sue orecchie e gli fanno venire il mal di mare.

— Non faccia resistenza, signor Giacinto-Diabolus. Lei è circondato. Lo scienziato si accascia piangendo: — Basta, basta! Dirò la verità! E invece, non può dirla, almeno per il momento, perché Anselmik, levando la bocca dal piatto, lancia un urlo che vale doppio: — Ho trovato! Ho trovato! Ascolta, padrone: “Il talco Nixon va a ruba”. Capita la sottile allusione?

Il dottor Diabolus si accascia ancora di più, mormorando tra i singhiozzi: — Questo è troppo. Proprio oggi avevo deciso di rinunciare all'impresa, perché troppo difficile. Ed ecco che Anselmik ha funzionato: ma con due minuti di ritardo, perché voi mi avete scoperto e smascherato. Quante combinazioni in una volta sola! E pensare che stavo raggiungendo lo scopo della mia vita...

— Quale scopo, infernale dottor Diabolus?

— Trovare una frase per il lancio del talco Nixon a Carosello. Dovete sapere che dieci anni fa la ditta Nixon mi ha assunto con questo incarico segretissimo. Io ho fabbricato un robot mirabile, fatto tutto di monetine da cinque lire... Guardate se non è vero. Anselmik, con la sua supermente, doveva produrre la frase. Per questo lo nutrivo di talco. Ed ho continuato a nutrirlo anche quando la ditta mi ha sospeso le forniture e sono stato costretto a ricorrere al furto. Ora voi mi denuncerete come capo della banda del borotalco; sarò condannato all'ergastolo; forse in prigione mi daranno un numero pari: a me, che amo soltanto i numeri dispari... Quale tragedia!

Anselmik continua a saltabeccare per lo stanzone, cantando in tutte le tonalità: — “ Il talco Nixon è così buono, che va a ruba! “

— Basta così, — gli ordina Marco.

— Il talco Nixon è una schifezza, — aggiunge severamente Mirko.

— Davvero? — fa Anselmik, sorpreso. — Non ci avevo pensato. E anche lui scoppia in pianto.

— Su, su, — esortano Marco e Mirko, — non vi sarà mica andato il sapone negli occhi? Facciamo così. Noi non denunceremo nessuno, a queste condizioni: primo, il dottor Diabolus darà le dimissioni, si dedicherà totalmente al commercio dei rubinetti e restituirà il borotalco ai derubati a mezzo posta.

— Come faccio? Non ho mica gli indirizzi!

— Li troverà sull'elenco del telefono. Secondo, il signor Secondo potrà consacrarsi liberamente all'osservazione dei platani.

— Evviva, corro subito a comprarmi una sedia a sdraio!

— Terzo, Anselmik verrà chiuso nell'armadio e ne uscirà solo una volta al giorno, alle ore diciassette, per fare i compiti di scuola per noi e per i nostri amici. A questo scopo egli sarà nutrito di libri di scuola.

— Urràh! — grida Anselmik entusiasta. — I libri di scuola sono così buoni che vanno a ruba!

E corre a chiudersi egli stesso nell'armadio. Poi riapre lo sportello: — Cominciamo oggi ?

— No, dopo le vacanze.

— Aspetterò con ansia la fine delle medesime.

C'è altro da fare? No, nient'altro. Marco e Mirko possono salutare il signor Giacinto e rientrare in casa. Giusto in tempo. Ecco infatti che rientrano anche il signor Augusto e la signora Emenda, molto contenti di trovare i figlioletti sani e salvi nel loro nido, al riparo dai pericoli della metropoli.

— Siete stati proprio bravi, — dice la signora Emenda. — In premio, oggi, vi laverò i capelli.

Marco e Mirko preferirebbero un paio di schiaffi, ma sono troppo orgogliosi per mostrare il loro terrore. Ahimè, non tutte le cose della vita sono piacevoli come una caccia alla banda del borotalco.

 



Date: 2015-12-11; view: 903


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