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Una riunione inaspettata 1 page

JOHN RONALD REUEL TOLKIEN

LO HOBBIT

O la Riconquista del Tesoro

(The Hobbit or There And Back Again, 1937)


 

Questa è una storia di tanto tempo fa. A quel tempo gli idiomi e le lettere dell'alfabeto erano molto diversi da quelli nostri di oggi. Per rappresentare quegli idiomi si è usata la nostra lingua.

Le rune erano lettere antiche, originariamente ottenute intagliando o graffiando legno, pietre o metalli, ed erano pertanto sottili e angolose. Al tempo di questa storia soltanto i Nani ne facevano un uso regolare, specialmente per documenti privati o segreti. Le loro rune sono sostituite in questo libro dalle nostre antiche rune, che ormai sono note solo a poche persone. Se si confrontano le rune della Mappa di Thror con la trascrizione in lettere moderne (cfr. pp. 20 e 51) si può scoprirne l'alfabeto, adattato all'italiano moderno, e si può anche leggere il titolo in runico all'inizio della pagina. Sulla mappa sono reperibili quasi tutte le rune normali, eccetto la F per la effe, la K per la kappa, la Ỳ per la ics, e la ם per la ipsilon. La i lunga e la v si scrivono come la i e la u. Non c'era nessuna runa per la qu (si usi il gruppo cw); né per la zeta (se necessario, si può usare la runa nanesca ג). Si badi bene, però, al fatto che alcune singole rune sostituiscono due lettere moderne (per es. ק= th; ẅ = ea; ם st; ớ = ee). La porta segreta era segnata con una ς, cioè C . Essa era indicata da una mano disegnata sul lato, sotto la quale era scritto:

 

 

Le ultime due rune sono le iniziali di Thror e Thrain. Le rune lunari lette da Elrond erano:

 

 

Sulla Mappa i punti cardinali sono indicati in caratteri runici; l'Est è in alto, come sempre nelle mappe dei Nani; pertanto si leggano in senso orario:

E(st), S(ud), O(vest), N(ord).


CAPITOLO I

Una riunione inaspettata

 

In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, piena di resti di vermi e di trasudo fetido, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima.

Aveva una porta perfettamente rotonda come un oblò, dipinta di verde, con un lucido pomello d'ottone proprio nel mezzo. La porta si apriva su un ingresso a forma di tubo, come un tunnel: un tunnel molto confortevole, senza fumo, con pareti foderate di legno e pavimento di piastrelle ricoperto di tappeti, fornito di sedie lucidate, e di un gran numero di attaccapanni per cappelli e cappotti: lo Hobbit amava molto ricevere visite. Il tunnel si snodava, inoltrandosi profondamente, anche se non in linea retta, nel fianco della collina (o meglio la Collina, come era chiamata da tutta la gente per molte miglia all'intorno) e molte porticine rotonde si aprivano su di esso, prima da una parte e poi dall'altra. Niente piani superiori per lo Hobbit: le camere da letto, i bagni, le cantine, le dispense (molto numerose), i guardaroba (c'erano camere intere destinate ai vestiti), le cucine, le sale da pranzo, erano tutte sullo stesso piano, anzi sullo stesso corridoio. Le camere migliori erano tutte sul lato sinistro (entrando), perché erano le sole ad avere finestre: finestre rotonde profondamente incassate che davano sul giardino e sui campi dietro di esso, lentamente degradanti verso il fiume.



Questo Hobbit era uno Hobbit veramente benestante, e il suo nome era Baggins. I Baggins avevano vissuto nella zona attorno alla Collina da tempi immemorabili, e la gente li considerava molto rispettabili, non solo perché in generale erano molto ricchi, ma anche perché non avevano mai avuto alcuna avventura né fatto niente di imprevedibile: si poteva presupporre l'opinione di un Baggins su un problema qualsiasi senza che ci fosse bisogno di chiedergliela. Questa è la storia di come un Baggins ebbe un'avventura e si trovò a fare e dire cose del tutto imprevedibili. Può anche aver perso il rispetto del vicinato, ma in cambio ci guadagnò... bene, vedrete se alla fine ci guadagnò qualche cosa.

La madre di questo nostro Hobbit, così diverso dagli altri - ma che cos'è uno Hobbit? Credo che al giorno d'oggi gli Hobbit abbiano bisogno di essere in qualche modo descritti, dal momento che sono diventati rari e timorosi della Gente Grossa, come ci chiamano. Sono (o erano) gente piccola, alti all'incirca la metà di noi, e più minuti dei Nani barbuti. Gli Hobbit non hanno barba. Del resto, poco o niente di magico c'è in loro tranne il modo comunissimo in cui spariscono silenziosamente e velocemente quando gente grossa e stupida come me e voi capita lì attorno, facendo il rumore di un elefante che essi possono sentire a un miglio di distanza. Tendono a metter su un po' di pancia; vestono di colori vivaci (soprattutto di verde e di giallo); non portano scarpe, perché i loro piedi sviluppano piante naturalmente dure come il cuoio e un vello fitto, caldo e scuro come quello che hanno in testa (che è riccioluta); hanno lunghe, abili dita scure, facce gioviali, e ridono con risa profonde e pastose (specialmente dopo il pranzo, che consumano due volte al giorno, se ci riescono). Adesso ne sapete abbastanza per andare avanti. Come dicevo, la madre di questo Hobbit - di Bilbo Baggins, cioè - era la famosa Belladonna Tuc, una delle tre considerevoli figlie del Vecchio Tuc, capo degli Hobbit che vivevano di là dall'Acqua, cioè oltre il piccolo fiume che scorreva ai piedi della Collina. Si diceva spesso (in altre famiglie) che molto tempo addietro uno degli antenati dei Tuc doveva avere preso in moglie una Fata. Naturalmente questo era assurdo, ma certo v'era ancora qualcosa di non tipicamente hobbit in loro, e di tanto in tanto qualche membro del clan Tuc partiva e aveva avventure. Spariva discretamente, e la famiglia metteva tutto a tacere; ma rimaneva il fatto che i Tuc non erano così rispettabili come i Baggins, pur essendo indiscutibilmente più ricchi.

Non che Belladonna Tuc avesse mai avuto una qualsiasi avventura dopo aver sposato Bungo Baggins. Bungo, cioè il padre di Bilbo, costruì per lei (e in parte col denaro di lei) la più lussuosa hobbit-casa che si potesse trovare sotto la Collina, o sopra la Collina o di là dall'Acqua, e rimasero lì fino alla fine dei loro giorni. Tuttavia, è probabile che Bilbo, l'unico figlio di Belladonna, sebbene fosse e si comportasse esattamente come una seconda edizione del suo solido e tranquillo padre, avesse ereditato dalla parte dei Tuc qualcosa di strano nella sua natura, qualcosa che aspettava solo l'occasione per venire alla luce. L'occasione arrivò solo dopo che Bilbo fu cresciuto, quando aveva circa cinquant'anni, e viveva nella bella casa di suo padre che vi ho appena descritto: quando cioè si era «sistemato» in apparenza per sempre.

Per un qualche curioso caso, un mattino di molto tempo fa, nella quiete del mondo, quando c'era meno rumore e più verde, e gli Hobbit erano ancora numerosi e prosperi, e Bilbo Baggins stava sulla porta dopo colazione fumando un'enorme pipa di legno che gli arrivava fin quasi alle pelose dita dei piedi (accuratamente spazzolate), ecco arrivare Gandalf. Gandalf! Se di lui aveste sentito solo un quarto di quello che ho sentito io, e anch'io ho sentito ben poco di tutto quello che c'è da sentire, vi aspettereste subito una qualche storia fuor del comune. Storie e avventure spuntavano fuori da ogni parte, dovunque egli andasse, e del tipo più straordinario. Non era più sceso sotto la Collina da un sacco di tempo, per l'esattezza da quando era morto il suo amico, il Vecchio Tuc, e gli Hobbit avevano quasi dimenticato il suo aspetto. Era stato via oltre la Collina e di là dall'Acqua per certi suoi affari sin da quando erano tutti piccoli Hobbit.

Tutto quello che l'ignaro Bilbo vide quel mattino era un vecchio con un bastone. Aveva un alto cappello blu a punta, un lungo mantello grigio, una sciarpa argentea sulla quale la lunga barba bianca ricadeva fin sotto la vita, e immensi stivali neri.

«Buon giorno!» disse Bilbo; e lo pensava veramente. Il sole brillava e l'erba era verdissima. Ma Gandalf lo guardò da sotto le lunghe sopracciglia irsute ancora più sporgenti della tesa del suo cappello.

«Che vuoi dire?» disse. «Mi auguri un buon giorno o vuoi dire che è un buon giorno che mi piaccia o no; o che ti senti buono, quest'oggi; o che è un giorno in cui si deve essere buoni?»

«Tutto quanto» disse Bilbo. «È un bellissimo giorno per una pipata all'aperto, per di più. Se avete una pipa con voi, sedetevi e prendete un po' del mio tabacco! Non c'è fretta, abbiamo tutto il giorno davanti a noi!» E Bilbo si sedette su un sedile accanto alla porta, incrociò le gambe e fece un bell'anello grigio di fumo che salì in aria senza rompersi e si librò sopra la Collina.

 

 

«Graziosissimo!» disse Gandalf. «Ma stamattina non ho tempo di fare anelli di fumo. Cerco qualcuno con cui condividere un'avventura che sto organizzando ed è molto difficile trovarlo.»

«Lo credo bene, da queste parti! Siamo gente tranquilla e alla buona e non sappiamo che farcene delle avventure. Brutte fastidiose scomode cose! Fanno far tardi a cena! Non riesco a capire cosa ci si trovi di bello!» disse il nostro signor Baggins, e infilati i pollici sotto le bretelle fece un anello di fumo ancora più grande. Poi tirò fuori la posta del mattino e cominciò a leggerla, ostentando d'ignorare completamente il vecchio. Aveva deciso che non era proprio il suo tipo e voleva che se ne andasse. Ma il vecchio non si mosse. Stava fermo, appoggiato al suo bastone, fissando lo Hobbit senza dire niente, finché Bilbo si sentì a disagio e anche un po' seccato.

«Buon giorno!» disse alla fine. «Non vogliamo nessuna avventura qui, grazie tante! Potete tentare sopra la Collina o di là dall'Acqua.» Con ciò voleva dire che la conversazione era conclusa.

«Però, quante cose sai dire col tuo Buon giorno!» disse Gandalf. «Adesso vuoi dire che ti vuoi sbarazzare di me e che il giorno non sarà buono finché non me ne sarò andato.»

«Niente affatto, niente affatto, caro signore! Vediamo un po', non credo di conoscere il vostro nome...»

«Sì, sì, mio caro signore!... E io conosco benissimo il tuo, signor Bilbo Baggins. E tu conosci benissimo il mio, anche se non ricordi che sono io a portarlo. Io sono Gandalf e Gandalf vuol dire 'me'! E pensare che dovevo vivere per essere congedato con un 'Buon giorno' dal figlio di Belladonna Tuc, come se fossi un venditore ambulante di bottoni!»

«Gandalf, Gandalf! Figurarsi un po'! Quello stregone vagabondo che diede al Vecchio Tuc un paio di magici gemelli di diamanti che si attaccavano da sé e non si riusciva più a staccarli fino a che non glielo si ordinava? Quel tipo che alle feste raccontava splendide storie di draghi e orchi e giganti e la liberazione di principesse e la fortuna inaspettata di figli di vedove? L'uomo che sapeva fabbricare quei fantastici fuochi d'artificio? Quelli sì che me li ricordo! Il Vecchio Tuc li faceva a Ferragosto. Splendidi! Salivano come enormi gigli, bocche di leone e ginestre di fuoco, e rimanevano sospesi nel crepuscolo per tutta la sera!» Vi sarete accorti che il signor Baggins non era proprio così prosaico come amava credere, e inoltre che era molto amante dei fiori. «Povero me!» continuò. «Proprio il Gandalf che spinse tanti bravi ragazzi e ragazze a partire per l'Ignoto in cerca di pazze avventure: arrampicarsi sugli alberi, visitare elfi o andare per nave e far vela per altri lidi! Che il cielo mi perdoni, la vita era proprio interess... voglio dire, un tempo avevate l'abitudine di metter tutto sottosopra da queste parti! Vi chiedo scusa, ma non avevo idea che foste ancora in affari!»

«Che altro dovrei fare?» disse lo stregone. «Ma sono contento lo stesso di vedere che ricordi qualcosa di me. Sei gentile a ricordare almeno i miei fuochi d'artificio, e questo mi fa sperare bene. Sì, certo! Per amore del tuo vecchio nonno Tuc e per amore della povera Belladonna, ti darò quello che mi hai chiesto!»

«Vi chiedo scusa, ma io non ho chiesto niente!»

«E invece sì, e per ben due volte. Sei scusato. Te lo darò. Anzi, farò di più: ti darò una bella parte in quest'avventura, molto divertente per me, ottima per te, e anche proficua, probabilmente, se riesci a venirne fuori.»

«Scusate! Io non voglio nessuna avventura, grazie! Non oggi! Buon giorno! Ma venite a prendere il tè, per piacere, quando vi pare! Perché non domani? Venite domani! Arrivederci!» Detto questo lo Hobbit si girò, svignandosela per la verde porta rotonda, e la chiuse, appena osò farlo senza apparire maleducato. Dopo tutto, gli stregoni sono sempre stregoni.

'Perché mai l'ho invitato a prendere il tè?' disse tra sé e sé andando in dispensa. Aveva appena fatto colazione, ma pensò che una torta o due e un bicchierino gli avrebbero fatto bene dopo lo spavento.

Frattanto Gandalf stava ancora lì fuori della porta, ridendo a lungo, ma silenziosamente. Dopo un po' si mosse e con la punta del bastone fece uno strano segno sul bel portoncino verde dello Hobbit. Poi si allontanò a grandi passi, più o meno mentre Bilbo stava finendo la sua seconda torta e cominciava a pensare che era stato molto abile nell'evitare avventure.

Il giorno dopo aveva quasi dimenticato Gandalf. Non ricordava molto bene le cose, a meno che non le mettesse giù sulla lavagnetta dove segnava gli appuntamenti, più o meno così: «Gandalf. Tè. Mercoledì». Ieri era stato troppo agitato per poter fare qualcosa del genere.

Proprio un momento prima dell'ora del tè, il campanello della porta sonò furiosamente, e allora si ricordò! Corse a metter su la cuccuma per l'acqua, tirò fuori un'altra tazza e un piattino, una o due torte in più, e corse alla porta.

Stava per dire: «Mi dispiace tanto di avervi fatto aspettare!», quando vide che non era affatto Gandalf. Era un Nano con una barba blu infilata in una cintura d'oro, e occhi vivacissimi sotto il cappuccio verde scuro. Appena la porta fu aperta, si infilò dentro, proprio come se fosse stato atteso.

Appese il mantello a cappuccio sull'attaccapanni più vicino e, con un leggero inchino, disse: «Dwalin al vostro servizio!.»

«Bilbo Baggins al vostro!» disse lo Hobbit, troppo sorpreso per poter far domande. Quando il silenzio che seguì divenne imbarazzante, aggiunse: «Stavo proprio per prendere il tè; volete avere la cortesia di venire a prenderne una tazza con me?». Un po' troppo formale, forse, ma l'intenzione era gentile. E d'altra parte voi che cosa fareste, se vi arrivasse un Nano inaspettato e appendesse le sue cose nel vostro ingresso senza una parola di spiegazione?

Non erano stati a lungo a tavola - in effetti avevano a malapena attaccato la terza torta - quando il campanello sonò ancora, e più forte di prima.

«Scusatemi!» disse lo Hobbit, e andò ad aprire la porta.

«Finalmente siete arrivato!» Questo era quanto avrebbe detto a Gandalf questa volta. Ma non era Gandalf. Al suo posto, sulla soglia, c'era un Nano molto vecchio, con una barba bianca e un cappuccio scarlatto; e anche lui saltellò dentro appena la porta fu aperta, proprio come se fosse stato invitato.

«Vedo che han già cominciato ad arrivare» disse scorgendo il cappuccio verde di Dwalin appeso all'attaccapanni. Vi appese vicino quello suo, rosso, e con la mano sul petto disse: «Balin al vostro servizio!»

«Grazie!» disse Bilbo boccheggiante. Non era la risposta giusta, ma la frase «han cominciato ad arrivare» lo aveva proprio sconvolto. I visitatori gli piacevano, ma gli piaceva conoscerli prima che arrivassero e preferiva invitarli di persona. Aveva l'orribile sensazione che il numero delle torte sarebbe probabilmente risultato insufficiente, e che lui poi, come anfitrione (conosceva il suo dovere e lo compiva, per quanto fosse doloroso), avrebbe dovuto farne a meno.

«Venite dentro a prendere un po' di tè» riuscì a dire dopo aver tratto un profondo respiro.

«Preferirei un po' di birra, se per voi è lo stesso, mio caro signore», disse Balin dalla barba bianca «ma un po' di torta mi va benissimo: pan di spagna, se ne avete.»

«Altro che!» si trovò a rispondere Bilbo, con sua gran sorpresa, e si trovò anche a correre in cantina per riempire un boccale di birra da mezzo litro e poi in dispensa a cercare due pan di spagna belli rotondi, che aveva cotto nel pomeriggio per lo spuntino dopo cena.

Quando tornò, Balin e Dwalin stavano a tavola parlando come vecchi amici (per la verità erano fratelli). Bilbo posò seccamente la birra e le torte davanti a loro, ed ecco che il campanello sonò ancora, e ancora con forza.

'Stavolta è Gandalf senz'altro' pensò mentre sbuffava nel corridoio. Invece no: erano altri due Nani, entrambi con cappucci blu, cinture d'argento e barba gialla; e ciascuno portava un sacco di attrezzi e una vanga. Saltellarono dentro, appena la porta fu aperta, e Bilbo ne fu assai poco sorpreso.

«Cosa posso fare per voi, Nani miei?» disse.

«Kili al vostro servizio!» disse uno. «E Fili!» aggiunse l'altro, ed entrambi si sfilarono il cappuccio blu e fecero un cortese cenno di saluto.

«Al vostro e della vostra famiglia!» replicò Bilbo, che questa volta si ricordò delle buone maniere.

«Vedo che Dwalin e Balin sono già qui» disse Kili. «Mescoliamoci alla folla!»

'La folla!' pensò il signor Baggins. 'Questo modo di parlare non mi piace affatto! Devo proprio sedermi un attimo a riprender fiato e a bere qualcosa.' Aveva appena fatto in tempo a bere un sorso (in un angolo, mentre i quattro Nani sedevano attorno alla tavola e parlavano di miniere, di oro, di guai con gli orchi, delle ruberie dei draghi, e di un sacco di altre cose che Bilbo non capiva e non voleva capire, perché avevano l'aria d'essere troppo avventurose) quando ding-dong e ling-lang il campanello sonò di nuovo, come se un ragazzaccio hobbit stesse cercando di rompere la manetta.

«Qualcuno è alla porta!» disse battendo le palpebre.

«Circa quattro, direi, dal suono» disse Fili. «A parte questo, li abbiamo visti venire dietro di noi, in lontananza.»

Il povero piccolo Hobbit si sedette nell'ingresso e si prese la testa tra le mani, domandandosi che cosa fosse accaduto, cosa stesse per accadere, e se sarebbero rimasti a cena tutti quanti. Poi il campanello sonò di nuovo più forte che mai, e dovette correre alla porta. Dopo tutto, non erano quattro, erano CINQUE. Un altro Nano era arrivato mentre lui, nell'ingresso, stava domandandosi che cosa succedeva. Aveva a malapena girato la maniglia che erano già tutti dentro, facendo cortesi cenni di saluto e dicendo: «Al vostro servizio!» l'uno dopo l'altro. Dori, Nori, Ori, Oin e Gloin erano i loro nomi; e ben presto due cappucci purpurei, un cappuccio grigio, un cappuccio marrone e un cappuccio bianco pendevano dall'attaccapanni e i Nani si avviavano marciando a raggiungere gli altri, con le larghe mani ficcate nelle cinture d'oro e d'argento. Era già diventata quasi una folla. Qualcuno chiese della birra chiara, qualcuno della birra scura, uno il caffè e tutti delle torte; così tennero lo Hobbit molto occupato per un po' di tempo.

Un gran bricco di caffè era stato appena posato a terra, i pan di spagna erano spariti, e i Nani cominciavano un giro di focaccine imburrate, quando si sentì bussare forte. Non uno squillo, ma un duro bum-bum sulla porta verde dello Hobbit. Qualcuno batteva violentemente con un bastone!

Bilbo corse per il corridoio, arrabbiatissimo, completamente smarrito e sconvolto: questo era il peggiore mercoledì di tutta la sua vita! Aprì la porta con uno strattone e caddero tutti dentro, uno sopra l'altro. Altri Nani, altri quattro! e dietro c'era Gandalf, che stava appoggiato al bastone e rideva. Aveva fatto una bella ammaccatura sulla porta, e, tra parentesi, aveva cancellato il segno segreto che vi aveva messo il mattino avanti.

«Attento! Attento!» disse. «Non è da te far aspettare gli amici sullo zerbino, Bilbo, e poi aprire la porta come un fulmine! Permettimi di presentarti Bifur, Bofur, Bombur e specialmente Thorin!»

«Al vostro servizio» dissero Bifur, Bofur e Bombur stando in fila. Poi appesero due cappucci gialli e uno verde pallido, e anche uno azzurro cielo con una lunga nappa d'argento. Quest'ultimo apparteneva a Thorin, un Nano estremamente importante, non altri, anzi, che il grande Thorin Scudodiquercia in persona, che non era stato contento per niente di cadere disteso sullo zerbino di Bilbo con Bifur, Bofur e Bombur sopra di lui. Tra l'altro Bombur era enormemente grasso e pesante! Thorin in realtà era molto altero, e la parola «servizio» non gli uscì affatto di bocca, ma il povero signor Baggins si scusò tante di quelle volte che alla fine egli grugnì un «di grazia, non importa», e spianò il suo cipiglio.

«Adesso ci siamo tutti!» disse Gandalf, osservando la fila di tredici cappucci (i migliori cappucci staccabili, quelli della festa) e il proprio cappello che pendevano dall'attaccapanni. «Una bella compagnia davvero. Spero che ci sia ancora qualcosa da mangiare per i ritardatari! Che cosa ci sarà? Tè? No, grazie tante! Per me un goccio di vino rosso, direi.»

«E anche per me» disse Thorin.

«E marmellata di lamponi e torta di mele!» disse Bifur.

«E torte di frutta e formaggio!» disse Bofur.

«E polpettone e insalata!» disse Bombur.

«E ancora dolci! e birra! e caffè! se non vi dispiace...» chiesero gli altri Nani attraverso la porta.

«Metti su qualche uovo, da bravo!» gli gridò dietro Gandalf, mentre lo Hobbit arrancava verso le dispense. «E già che ci sei, tira fuori il pollo freddo e i sottaceti.»

 

 

«Sembra che sappia meglio di me che cos'ho in dispensa!» pensò il signor Baggins, che si sentiva completamente a terra e cominciava a domandarsi se la più sciagurata delle avventure non gli fosse piombata addirittura in casa. Quando finalmente riuscì ad ammucchiare su grossi vassoi tutte le bottiglie, i piatti, i bicchieri, i cucchiai, le scodelle, e chi più ne ha più ne metta, era diventato tutto accaldato, rosso in faccia e molto seccato.

«Vadano a morire ammazzati tutti quanti, questi Nani!» disse ad alta voce. «Perché non vengono a darmi una mano?» Detto fatto! Ecco lì Balin e Dwalin sulla porta della cucina, e Fili e Kili dietro di loro, e prima che Bilbo potesse dire ba avevano fatto sparire nel salotto i vassoi e un paio di tavolinetti, e disposto bellamente ogni cosa.

Gandalf sedeva a capotavola coi tredici Nani tutt'intorno a lui: e Bilbo sedeva su una seggiolina vicino al caminetto, mordicchiando un biscotto (l'appetito gli era quasi completamente passato), e cercando di fingere che tutto fosse perfettamente a posto e niente affatto un'avventura. I Nani mangiavano e mangiavano, parlavano e parlavano, e il tempo passava. Alla fine spinsero indietro le sedie e Bilbo si mosse per raccogliere piatti e bicchieri.

«Immagino che vi tratteniate a cena...» disse col tono di voce più educato e inespressivo.

«Ma naturale!» disse Thorin. «E anche dopo. Non risolveremo la faccenda fino a tardi e dobbiamo prima fare un po' di musica. Adesso... sparecchiare!»

Al che i dodici Nani - non Thorin, che era troppo importante e rimase a parlare con Gandalf - balzarono in piedi e ammucchiarono ogni cosa in alte pile. Senza aspettare i vassoi, se ne uscirono tenendo in equilibrio con una mano sola colonne di piatti, ognuna con una bottiglia in cima, mentre lo Hobbit correva dietro di loro quasi squittendo per la paura: «Per piacere, fate attenzione!», e «Per piacere, non vi disturbate! Posso fare da solo!». Ma per tutta risposta i Nani cominciarono a cantare:

 

Scheggia le coppe, sbriciola i piatti!

Lame e forchette torci non poco!

Ciò Bilbo Baggins odia da matti.

Spacca bottiglie, da' i tappi al fuoco!

 

Strappa tovaglie, sul grasso salta!

Riversa il latte nel ripostiglio!

A piè del letto tutto ribalta!

L'uscio di vino spruzza vermiglio!

 

Getta stoviglie nell'acqua che scotta,

Col gran pestello tritale bene;

e se qualcuna resta non rotta

buttarla in terra tosto conviene!

 

Ciò Bilbo Baggins odia da matti!

Attento dunque tu con quei piatti!

 

Naturalmente non fecero nessuna di queste cose orribili, e pulirono e riposero ogni cosa sana e salva, mentre lo Hobbit girava e rigirava in mezzo alla cucina cercando di vedere che cosa stessero facendo. Poi tornarono indietro, e trovarono Thorin che fumava la pipa coi piedi sul parafuoco. Faceva anelli di fumo assolutamente enormi, che andavan dovunque egli diceva loro di andare - su per la cappa del camino, dietro l'orologio sopra la mensola, o sotto la tavola, o attorno al soffitto: ma dovunque l'anello di fumo andasse non era mai abbastanza veloce da sfuggire a Gandalf. Pop! Dalla sua corta pipa di terracotta egli spediva un anello di fumo più piccolo esattamente attraverso ciascuno di quelli di Thorin. Poi l'anello di fumo di Gandalf diventava verde e tornava indietro a librarsi sopra la testa dello stregone. Ce n'era già una nuvola attorno a lui, che gli dava un aspetto strano e stregonesco, nella penombra. Bilbo rimase fermo a guardare - gli piacevano molto gli anelli di fumo - e poi arrossì al pensiero di quanto si fosse sentito fiero degli anelli di fumo che aveva fatto salire nel vento sopra la Collina, il mattino avanti.

«E adesso un po' di musica!» disse Thorin. «Tirate fuori gli strumenti!»

Kili e Fili si precipitarono a prendere le borse e riportarono con loro dei piccoli violini; dall'interno dei loro mantelli, Dori, Nori e Ori tirarono fuori dei flauti; Bombur esibì un tamburo che era nell'ingresso; anche Bifur e Bofur uscirono e tornarono con dei clarinetti che avevano lasciato nel portaombrelli. Dwalin e Balin dissero: «Scusate! ho lasciato il mio strumento nel portico!». «Già che ci siete, portate dentro anche il mio!» disse Thorin. Ritornarono con delle viole grosse quanto loro, e con l'arpa di Thorin avvolta in un panno verde. Era una bella arpa d'oro, e quando Thorin la sfiorò, la musica che si sprigionò all'istante fu così improvvisa e dolce che Bilbo dimenticò qualsiasi altra cosa, e fu trascinato via in terre oscure sotto lune sconosciute, di là dall'Acqua e assai lontano dalla sua casetta sotto la Collina.

Il buio entrava nella stanza attraverso la finestrella che dava sulla Collina; la luce della fiamma vacillava - era aprile - ed essi sonavano ancora mentre l'ombra della barba di Gandalf si moveva ritmicamente contro il muro.

Il buio aveva invaso tutta la stanza; il fuoco moriva lentamente, le ombre si smarrivano ed essi sonavano ancora. E d'un tratto, mentre sonavano, presero a cantare l'uno dopo l'altro: un canto roco di Nani che sembrava salire dai recessi delle loro antiche case; e questo è come un frammento della loro canzone, se canzone può esserci senza musica alcuna.

 

Lontan sui monti fumidi e gelati

in antri fondi, oscuri, desolati,

prima che sorga il sol dobbiamo andare

i pallidi a cercar ori incantati.


Date: 2015-12-17; view: 215


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